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Capitolo 7 Quella notte Faramir non riposò bene. Si svegliò più volte, per poi scivolare di nuovo in un sonno agitato, finché poco prima dell'alba decise di averne abbastanza. Dopo essersi districato delicatamente dall'abbraccio di Gilraen si alzò per riaccendere il fuoco, in modo da farle trovare la stanza già riscaldata al suo risveglio, e uscì silenziosamente in cerca di un pò di solitudine. Si sentiva oppresso da un gran peso. Lo stesso sogno lo perseguitava ormai da diverse notti, e non riusciva a capirne il significato. Forse suo padre avrebbe potuto. L'unico problema era che il protagonista principale di quell'incubo era proprio lui. Quando aprì gli occhi, Gil fu sorpresa dall'assenza di Faramir al suo fianco. Guardandosi attorno notò che non era nella grotta, e si chiese se fosse successo qualcosa. Sospirando profondamente, infilò un'altra tunica e si recò nella grande grotta dove i soldati stavano già facendo colazione. Senza degnare Mablung d'uno sguardo, prese un piatto con del cibo e andò a sedersi accanto a Beregond, salutandolo mestamente, sapendo che dai suoi occhi traspariva la preoccupazione e il disappunto. "Quel pigrone di Faramir sta ancora dormendo?" domandò l'uomo con un sorriso. Sulle prime attribuì il malumore di Gilraen a una normalissima lite fra innamorati, ma non osò domandare apertamente per non intromettersi fra loro due. Sapeva che il suo ragazzo non l'avrebbe mai ferita di proposito. “Non so dove sia. Non era con me questa mattina. Sono giorni che si agita nel sonno ma non vuole dirmi cosa lo turba” rispose lei con voce piatta, per non lasciar trasparire le sue emozioni, fissando il piatto e giocherellando col cibo. "Non l'ho sentito uscire questa mattina" osservò Beregond pensieroso. "Se intendi andare a cercarlo posso accompagnarti, ma è probabile che avesse soltanto bisogno di pensare un pò, e che farà ritorno presto." “No, non ho intenzione di cercarlo. Se avesse voluto la mia compagnia si sarebbe confidato con me o mi avrebbe cercato…vuol stare da solo” mormorò lei, che ad un tratto si accorse di non avere più fame. Posò il piatto e salutò Beregond, prima di allontanarsi in fretta. Passeggiò a lungo intorno alle grotte, e si avvicinò ai due Hobbit quando li vide ai margini del campo. Parlò e rise a lungo con loro, mostrandogli Hartha, e spiegandogli che era un regalo di Haldir. Un pensieroso Faramir fece ritorno a Henneth Annûn qualche ora più tardi, portando un sacco con tre grosse lepri e alcuni funghi raccolti sulla via del ritorno. Quando vide Gilraen voltarsi nella sua direzione sorrise debolmente, per poi salutare Beregond che gli era andato incontro per accoglierlo e allontanarsi con lui parlottando di chissà che cosa. Assicurò le lepri e i funghi alle cure di Targon, il cuoco della compagnia, e raggiunse gli hobbit e la sua amata. Gil cercò di comportarsi normalmente con lui, senza chiedergli niente. Se non voleva parlarne non lo avrebbe certo forzato a farlo. Prima di pranzo, gli disse che aveva bisogno di fare un bagno, e gli sorrise debolmente, anche se continuava ad evitare il suo sguardo. Superandolo, entrò nella loro grotta e prese un telo dal suo zaino, legò i suoi pugnali alla vita, e si allontanò in direzione del fiume. Guardandosi attorno Faramir notò che anche Mablung era sparito, e la cosa non gli piacque per niente. Temendo che il ramingo avesse seguito la sua amata si mise in spalla arco e faretra, e si diresse al fiume in tutta fretta. Con suo gran sollievo, Gilraen era da sola. "Resto di guardia." le disse, "Non ero tranquillo a saperti qua da sola." “D'accordo…grazie” rispose lei, prima di tuffarsi nelle fresche acque del fiume, scomparendo a lungo dalla vista, per poi riemergere più avanti. Si lavò con cura, soffermandosi in particolare sui lunghi capelli corvini, e sentendo lo sguardo di Faramir su di lei. Quando ebbe finito, cominciò ad asciugarsi col telo che aveva portato, drappeggiandolo attorno al corpo. Cercando con tutte le forze di reprimere l'istinto di prenderla fra le braccia e baciarla fino a toglierle il respiro, lui si limitò ad avvicinarsi di qualche passo. "Sei arrabbiata con me?" Sorpresa da quella domanda, lei lo guardò per un momento negli occhi, prima di ricominciare a vestirsi. “No, non lo sono. Mi dispiace quando ti tieni tutto dentro, solo questo” Dopo essersi seduto sull'erba con un gran sospiro, Faramir la guardò dal basso. "Non è che un incubo" mormorò, "Ma.. mi perseguita ormai da giorni, ed è orribile.." Spostò lo sguardo sul fiume, e dopo qualche momento proseguì: "Nel sogno mi trovo in un tetro salone, talmente ampio da non riuscire a vederne la fine, e del tutto vuoto, fatta eccezione per due file di imponenti colonne grigie. All'improvviso mi ritrovo circondato da fiamme altissime, in qualsiasi direzione cerchi di fuggire non c'è altro che fuoco che avanza minacciosamente.. e poco a poco in mezzo a queste fiamme riesco a scorgere qualcosa, un oggetto del tutto simile a una sfera di vetro.. quando guardo dentro questa sfera riesco a distinguere.. il volto di mio padre, che mi guarda con occhi sprezzanti, finché improvvisamente scoppia a ridere.. ed è allora che mi sveglio.." Quelle parole le fecero gelare il sangue nelle vene. Sapeva che certi sogni dovevano essere tenuti in considerazione e decise che l'ultima cosa di cui Faramir aveva bisogno ora era vedere suo padre. Poteva essere estremamente pericoloso. Ma doveva rincuorarlo adesso. Non doveva sapere. “Sarà perché siamo andati via come due fuggiaschi, e perché ci hai litigato senza nemmeno chiarirti con lui” rispose lei, avvicinandoglisi e circondandolo con un abbraccio. “E' solo un sogno” mormorò, guardandolo negli occhi e spostandogli una ciocca di capelli dal viso. "Lo so" annuì lui, "E.. mi spiace di non avertene parlato prima, ma.. credevo che sarebbe passato, e invece continua a perseguitarmi ogni notte." Sospirò scuotendo la testa, come per scacciare quel pensiero, e quando la guardò di nuovo negli occhi le sorrise: "Mi passerà, senza dubbio. Intanto pretendo almeno un bacio di consolazione." “Oh, non so se te lo meriti… infondo mi hai lasciata nel bel mezzo della notte… ho sentito terribilmente la tua mancanza…” disse lei, fingendosi estremamente seccata, per poi ridacchiare e baciarlo all'improvviso, cogliendolo alla sprovvista, e stringendolo forte a sé, col suo solito entusiasmo. Quando pochi minuti dopo fecero ritorno alle grotte, Targon stava servendo il pranzo a un gruppetto di soldati affamati. Mablung rientrò solo pochi minuti dopo di loro, e guardò Gilraen con una strana espressione negli occhi prima di sedersi con gli altri e reclamare il suo pasto. A Gil non era sfuggita la sua espressione, e dopo pranzo ne parlò a Faramir. “Credo che mi avesse seguita al fiume. Avrebbe potuto prendermi mentre ero disarmata” rabbrividì. “Fortuna che sei arrivato tu…” "E' sparito subito dopo di te" annuì Faramir, "E' per questo che mi sono affrettato a raggiungerti." La prese fra le braccia stringendola forte, e le baciò la fronte prima di guardarla di nuovo negli occhi e mormorare: "Non voglio che ti accada nulla. Cerca di stare sempre con me. Giuro solennemente che non ti lascerò mai più da sola come stamattina, sono stato un incosciente." Al pensiero che quell'uomo l'avesse spiata mentre faceva il bagno, Gil rabbrividì, stringendosi contro il suo amato. “Verrà con noi a Osgiliath?” chiese lei ad un tratto. "No. Assolutamente no." rispose lui senza la minima esitazione, "Beregond mi ha detto di averlo sorpreso che cercava di sgattaiolare nella nostra grotta ieri mentre eravamo fuori, e ti assicuro che questa situazione inizia davvero a preoccuparmi.. è a dir poco ossessionato." rabbrividì a sua volta mentre diceva quelle parole. Mablung era sempre stato un guerriero valoroso e un caro amico, ma sembrava aver perso del tutto la testa. Non voleva pensare a ciò che sarebbe stato capace di fare se fosse riuscito a trovarsi da solo con la sua Gilraen. Quella notte scoppiò un incendio all'accampamento. Faramir era corso ad aiutare gli altri, mentre Gil stava infilando la sua tunica per poi seguirlo. Qualche momento dopo, non appena ebbe messo piede fuori dalla grotta, sentì qualcuno che l'afferrava da dietro e una mano che le veniva premuta sulla bocca. Anche senza guardare sapeva che si trattava di Mablung. La stava trascinando nella foresta, sussurrando frasi senza senso all'orecchio, e puntandole un pugnale allo stomaco. L'unica cosa che la confortava era la fredda consistenza del pugnale che portava sempre nascosto nello stivale. Quando ritenne di essersi allontanato abbastanza dalle grotte, l'uomo si fermò. Strattonò Gilraen e la fece voltare, in modo da trovarsi faccia a faccia con lei, per poi spingerla contro il tronco di un albero un momento dopo, immobilizzandole le mani dietro la schiena. "Finalmente soli!" “Cosa vuoi farmi?” gli chiese lei, fingendosi sottomessa e spaventata. Aveva notato la luce di pura follia che brillava negli occhi del suo assalitore, e voleva fargli credere di essere indifesa, o non sarebbe riuscita a liberarsene. "Oh no, non temere" rispose Mablung con un sorriso, "Non farò niente contro la tua volontà. Sarai tu a chiederlo." Così dicendo si abbassò per baciarle il collo, premendosi contro di lei con il solo scopo di farle sentire la sua eccitazione, e mormorò: "Vedrai che riuscirò a fartelo dimenticare.." Gil riuscì a nascondere la sua espressione ripugnata solo perché Mablung le stava baciando il collo e quindi non prestava attenzione al suo viso. Lo sentiva premere contro di lei, e avrebbe voluto liberare i polsi e prendere il pugnale, prima che fosse troppo tardi. Le intenzioni dell'uomo erano ben chiare: l'avrebbe presa. Con o senza la sua volontà. Sperò con tutto il cuore che Faramir si accorgesse della sua assenza e seguisse le loro tracce. I suoi pensieri furono interrotti quando Mablung cominciò a slacciarle la tunica, mordicchiandole il collo non troppo gentilmente. Si trovò a trattenere il fiato quando sentì il dolore causato da uno dei suoi morsi ma s'impose di non emettere nemmeno un suono. "Te l'avevo detto.. che ti sarebbe piaciuto.." Terminato con la tunica l'uomo iniziò ad occuparsi con urgenza dei pantaloni della ragazza, e lasciò momentaneamente il suo collo per cercare di baciarla sulle labbra. Non vi riuscì, tuttavia, poiché un momento dopo era a terra con una freccia conficcata nella spalla, e stava gridando disperatamente per il dolore. Gil lanciò uno sguardo riconoscente a Faramir, e poi richiuse freneticamente la tunica e i pantaloni, prima di estrarre il pugnale con mani tremanti e puntarlo alla gola dell'uomo. Gli occhi erano freddi e non tradivano nessuna emozione, tuttavia dentro di sé era combattuta. Da una parte avrebbe voluto ucciderlo per quello che aveva fatto, dall'altra sapeva di non aver mai ucciso un uomo a sangue freddo. "Uccidimi" la sfidò Mablung guardandola negli occhi, "Lo farà il capitano, se non lo fai tu." Quelle parole servirono a farle capire. “Non te lo meriti” sibilò, prima di rinfoderare il pugnale e allontanarsi in fretta, con lo sguardo basso, fino a quando si trovò al fiume. Le mani ancora le tremavano per la rabbia e per la tensione, e andò a spruzzarsi un po' d'acqua sul viso, chiudendo gli occhi e cercando invano di recuperare la calma. Faramir si affrettò a raggiungerla, dopo aver consegnato Mablung a Beregond con l'ordine di occuparsi di lui. Senza una parola si avvicinò a Gilraen e la abbracciò stretta per lunghi minuti, carezzandole i capelli e sperando con tutto il cuore che avrebbe smesso di tremare. “Sto bene, non preoccuparti, non mi ha fatto niente” cercò di dire, risultando poco convincente persino a sé stessa. "Mi dispiace tanto.." mormorò Faramir dispiaciuto, e dopo un gran sospiro aggiunse: "Partiremo per Osgiliath domani mattina." “Sto bene” ripetè, infilando la testa tra il collo e il viso dell'uomo, e inalando il suo profumo. Quando fecero ritorno a Henneth Annûn Faramir la scortò fino alla loro grotta, seguito dallo sguardo preoccupato di Beregond. Si era occupato personalmente di Mablung, estraendo la freccia e medicandogli la spalla, cogliendo l'occasione per fargli anche una bella lavata di capo. Gilraen sedette sulla sua coperta e poi guardò Faramir dal basso. “Cosa gli succederà adesso?” mormorò, stringendo le ginocchia al petto. "Darò ordini affinché venga bandito dal regno." disse il ragazzo in tono deciso mentre si sedeva di fronte a lei, "Non credevo che sarebbe arrivato a tanto.." “Io gli ho parlato pochissime volte, com'è possibile che sia diventata un'ossessione per lui?” chiese lei, sentendosi in colpa per quello che era successo. "Non lo so Gil" mormorò Faramir, "Ma non è certo colpa tua. Spero solo che abbia capito la lezione.." Sospirando profondamente, lei si strinse contro il suo petto, chiudendo gli occhi, e mormorandogli tutto il suo amore. Poco dopo l'alba tutto era già pronto per la partenza. I raminghi sarebbero rimasti alle grotte per occuparsi di pattugliare le zone circostanti come d'abitudine, tranne Damrod. Il ragazzo aveva tanto insistito per seguire Faramir e i soldati a Osgiliath che alla fine gli era stato accordato il permesso di unirsi a loro, e così dopo gli ultimi saluti si misero in marcia, con il capitano e Gilraen alla testa del gruppo e il buon Beregond subito dietro di loro. La marcia proseguì piuttosto velocemente, sulla strada non incontrarono nessun nemico, e gli hobbit al contrario di quanto credevano all'inizio, non li rallentarono. “Vedo Osgiliath in lontananza, da quella parte” esordì ad un tratto Gil, ben sapendo che i loro occhi non riuscivano ancora a scorgere la città. A quelle parole gli altri aumentarono l'andatura, impazienti di arrivare a destinazione. Se avessero saputo cosa li attendeva probabilmente non avrebbero avuto tanta fretta: la città era già sotto assedio. Lo scenario al quale si trovarono davanti fu impressionante. La città era già quasi distrutta. Gil lanciò un'occhiata preoccupata a Faramir prima di staccarsi dal gruppo e caricare contro gli aggressori, cercando di aprire una breccia per entrare. Ben presto si ritrovarono circondati da decine e decine di uruk-hai. Nonostante fossero in netta minoranza numerica i gondoriani non esitarono a difendersi, abbattendo un buon numero di nemici, ma altri continuavano ad arrivare e a scagliarsi contro di loro con furia sempre maggiore. Fu quando vide alcuni dei suoi uomini riversi a terra in una pozza di sangue che Faramir iniziò a considerare l'ipotesi di una ritirata: non ce l'avrebbero mai fatta in così pochi, e sarebbe stata una inutile crudeltà sacrificare altre vite umane in nome di una causa già persa. Ad un tratto Gil notò che in un punto i nemici erano pochissimi, e chiamò tutti gli altri perché la seguissero. Dopo aver distratto gli uruk, fece entrare gli altri, seguendoli pochi istanti dopo, e chiudendo le pesanti porte dietro di sé. "Dobbiamo tornare a casa" disse Faramir con decisione, "e prepararci a difendere la città. Attaccheranno presto." "Posso andare io" si offrì Damrod, "Posso chiedere rinforzi." Faramir scosse la testa. "No, Damrod, non c'è più niente che possiamo fare qui. Osgiliath è caduta. Dobbiamo pensare a difendere Minas Tirith ora." Frodo non poteva trattenersi oltre. Doveva distruggere l'anello, anche se gli dispiaceva di lasciare i suoi nuovi amici. “Faramir io e Sam dobbiamo andare…dobbiamo assolutamente riprendere il viaggio” gli disse, con un'espressione di rammarico sul viso. Il ragazzo guardò per un momento i due hobbit, indeciso sul da farsi: se fossero usciti da soli in mezzo gli uruk-hai non sarebbero riusciti a fare che pochi passi, era indubbio. Dopo una breve occhiata a Gilraen annuì, e disse: "Vi copriremo. Almeno finché non sarete usciti dalla città." “Vi ringrazio di tutto. Spero che un giorno potremo vederci ancora” gli disse Frodo con un'espressione solenne sul viso. Gilraen, Faramir e Beregond li scortarono fino alle porte della città, tenendoli tra loro e coprendoli dai colpi dei nemici. Quando finalmente li videro allontanarsi, si guardarono per un attimo, indecisi sul da farsi. Nessuno vide la freccia che un uruk aveva tirato a Faramir, e che si conficcò nella sua spalla. “Faramir!” gridò Gilraen, precipitandosi al suo fianco e facendolo appoggiare delicatamente a terra. “Non muoverti…” mormorò lei, guardandolo negli occhi. Il ragazzo fece il possibile per restare immobile, tenendosi il braccio e stringendo i denti per il dolore; non si lasciò sfuggire neanche un lamento quando Beregond si inginocchiò accanto a lui e gli scostò la tunica per esaminare la freccia. "Dovremmo estrarla" disse l'uomo, decidendo che il modo in cui Faramir era impallidito e aveva iniziato a tremare non gli piaceva affatto. Aveva già curato molti uomini da ferite del genere, e sapeva che quei sintomi potevano significare una cosa sola. "E' avvelenata" mormorò, chiudendo gli occhi per un momento in un tentativo di digerire quella consapevolezza. "Dobbiamo portarlo a Minas Tirith, e più in fretta possibile." Quelle parole furono come un pugno nello stomaco per lei. Aveva cercato di dirsi che non era possibile, che si era sbagliata. Ma non era così. “Suo padre come reagirà se vengo anch'io?” mormorò, stringendo la mano al suo amato e imponendosi una calma e una freddezza che in realtà non provava affatto. "Che reagisca come crede, quel vecchio folle!" sbottò Beregond, "La colpa è soltanto sua, e posso assicurarti che prima o poi se la vedrà con me per tutto quello che ha fatto al mio ragazzo." Con queste parole scostò la tunica di Faramir quanto bastava per riuscire a vedere il punto in cui si era conficcata la freccia, e scosse la testa con aria grave. "Tienilo fermo. Gli farà male" disse a Gilraen, per poi rivolgersi al ragazzo in tono paterno: "Stringi i denti figliolo, non ci vorrà che un momento. Andrà bene." Faramir si limitò ad annuire debolmente, incapace di parlare, e spostò lo sguardo su Gilraen, cercando di prepararsi a ciò che lo aspettava. Qualche attimo dopo Beregond estrasse la freccia con un movimento rapido e deciso e Faramir gridò, perdendo conoscenza. Mentre lo portavano a Minas Tirith, Faramir continuò a delirare, e Gil sentiva chiaramente che aveva la febbre. Il veleno di cui era intrisa la freccia gli aveva causato la terribile febbre nera, difficile da curare. Pregando silenziosamente i Valar perché salvassero il suo amato, Gil s'impose di non perdere la speranza, e di pensare che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando arrivarono nel cortile, aiutò Beregond a portare Faramir in camera sua, adagiandolo sul letto e togliendogli gli stivali. Wren e Luthien li avevano visti arrivare e si precipitarono nella stanza. “Portate un po' d'acqua fresca e un panno, ha la febbre alta” chiese lei, indaffarata a sistemare Faramir sotto le pesanti coperte. Appena le due cameriere ebbero portato l'acqua lei strizzò il panno e glielo appoggiò sulla fronte, sedendosi accanto a lui e stringendogli una mano tra le sue. Non aveva nessuna intenzione di lasciarlo solo. Si era quasi dimenticata di Beregond, e quando alzò lo sguardo notò che la stava guardando. "Rimani con lui" le disse, "Vado alle Case di Guarigione a prendere le erbe necessarie per curarlo. Sarò di ritorno prestissimo." Lei annuì e lo seguì con lo sguardo mentre andava via. Faramir si agitò ancora di più, terrorizzandola, e aveva cominciato a mormorare frasi senza senso. Il viso era diventato pallido e sudato, nonostante il panno fresco che gli bagnava di continuo. “Resisti Faramir…” gli mormorò, stringendo convulsamente la sua mano. Beregond fece ritorno diversi minuti dopo, portando un sacchetto contenente una mistura di erbe dall'aroma decisamente pungente. Lo porse a Gilraen mentre posava una mano sulla fronte di Faramir, scuotendo la testa con aria angosciata. "Ha la febbre molto alta" mormorò, "Pesta un pò di quelle erbe e applicale sulla ferita. Serviranno anche per gli infusi, dovremo farlo bere in qualche modo." “Ci penso io, non preoccuparti…” mormorò lei, cominciando a pestare le erbe fino a che furono un composto omogeneo, e poi l'applicò sulla ferita. “Chiederò a Wren di portarmi dell'acqua calda, così preparo l'infuso” In quel momento entrò Luthien, decisamente agitata. “Ha saputo che Faramir è qui. E' andato su tutte le furie, dovete nascondevi immediatamente” annunciò. “Ultimamente non è in sé, nascondetevi nelle nostre stanze, ho paura che possa arrabbiarsi di più se vi vede qui…ci occuperemo noi di Faramir…” Gil non fu contenta di sentire quelle parole. Non voleva abbandonarlo adesso. Guardò Beregond, gli occhi pieni d'angoscia al solo pensiero di doversi allontanare dal suo amato. L'uomo sospirò profondamente, e dopo uno sguardo a Faramir annuì. "Faremo come dice Luthien. Staremo con lui durante la notte, e di giorno se ne occuperanno lei e Wren. Non credo ci sia altra scelta." Annuendo, Gil si avvicinò alla ragazza, e la istruì sugli infusi da fargli bere, prima di allontanarsi insieme a Beregond.
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