La raminga di Ithilien

Capitolo 4

Gil aveva preparato tutto il necessario per la partenza.

Quella mattina si era premurata di svegliare Faramir, e dopo aver fatto colazione, aveva strigliato e sellato Hartha.

“Sono pronta a partire” disse al suo amato con un sorriso.

Il ragazzo annuì restituendo il sorriso, e dopo aver chiamato Beregond e accarezzato affettuosamente Anor, il suo cavallo, montò in sella e attese che anche il soldato fosse pronto per la partenza.

I tre decisero di non fermarsi, per arrivare prima possibile a Minas Tirith.

Hartha sembrava piuttosto felice di poter finalmente correre di nuovo, e sostenne un'andatura piuttosto veloce.

Verso sera, la ragazza indicò un punto all'orizzonte.

“Ecco Minas Tirith”

Sapeva che gli altri non potevano ancora scorgerla, e dopo aver sorriso a Faramir, si avviò in direzione della città.

Quando arrivarono alle porta della Cittadella Faramir si fermò, e alzò lo sguardo alla Bianca Torre. Beregond sembrò capire lo stato d'animo del ragazzo, poiché gli si avvicinò per posargli una mano sulla spalla e sorridergli in segno d'incoraggiamento. Solo dopo un momento di esitazione l'altro restituì il sorriso, e si decise a varcare i cancelli che conducevano al palazzo. Era a casa.

Mentre alcuni servitori presero in consegna il cavallo di Faramir, Gilraen si occupò personalmente di Hartha, dissellandolo e sistemandolo in una stalla.

Tornata in cortile, si avvicinò al suo amato, momentaneamente solo e lo guardò nervosamente negli occhi.

“Cosa…cosa faremo adesso? Dove credi che potrò sistemarmi?” mormorò ad un tratto.

"Dobbiamo andare da mio padre" rispose lui con aria affranta, accompagnando il tutto con una smorfia. "Deciderà lui.."

Una volta entrati guidò la ragazza attraverso sfarzosi saloni e lunghi corridoi tenendola per mano, ma la lasciò prima di bussare allo studio del padre. Denethor era seduto oltre la scrivania, chino su alcuni documenti. Non lanciò loro che una breve occhiata, salutando Beregond con un cenno della testa e Faramir con un 'bentornato' assolutamente atono e privo di entusiasmo.

"Non sapevo che avresti portato con te un'ospite." aggiunse senza guardarlo, per poi alzare la testa dalle sue scartoffie e studiare la ragazza con aria inquisitoria per qualche momento.

"Il suo nome è Gilraen, padre" disse Faramir, "Ci è stata di grande aiuto in battaglia e per curare i feriti."

A quella notizia il Sovrintendente si limitò ad annuire, concentrandosi nuovamente sul suo lavoro.

"Sistemala nell'ala est."

"Ma padre.."

Il ragazzo non ebbe il tempo di terminare la frase che l'altro lo congedò in tono che non ammetteva repliche, accompagnando la frase con un'occhiata a dir poco gelida.

"Ci vedremo più tardi a cena."

Una volta in corridoio Faramir chiuse gli occhi per un momento, e Beregond sospirò scuotendo la testa.

"Credo di aver bisogno di un buon bagno. Ci vediamo dopo, ragazzo mio." disse, e prima di avviarsi alla sua stanza sorrise a Gilraen e scompigliò affettuosamente i capelli a Faramir, che lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava per poi volgere la sua attenzione alla ragazza.

"Mi dispiace molto" mormorò, e fece il possibile per sorridere quando aggiunse: "Ma prometto che farò in modo di sistemarti in una bella stanza spaziosa. Poi posso mostrarti la casa, se lo desideri."

Controllando che non ci fosse nessuno in giro, lei gli sorrise e lo strinse a sé.

“A me non importa, mi basta essere qui con te, sono abituata a stare nei boschi, cosa vuoi che m'importi di una stanza spaziosa?”

Denethor era odioso.

Trattava suo figlio in modo terribilmente autoritario, e lo aveva umiliato, senza minimamente tener conto delle regole base dell'ospitalità.

Nonostante questo, lei voleva restare, capiva che per Faramir non sarebbe stato facile vivere lì.

Lui sorrise a quelle parole, e le posò un rapido bacio sulle labbra prima di raccogliere i bagagli della ragazza e prenderla nuovamente per mano.

"Mettiamola così.." disse mentre si incamminavano lungo l'ampio corridoio, "Farò il possibile per trovarti una bella stanza perché ti ritengo un'ospite estremamente importante.. e voglio che il tuo sia un soggiorno piacevole, per quanto possibile."

Le stanze da letto nell'ala est erano riservate ai servitori, e per questo motivo di gran lunga meno sfarzose rispetto a quelle destinate ai padroni di casa e agli ospiti. Ma erano comunque pulite e spaziose, e Faramir ne ispezionò accuratamente alcune prima di scegliere l'unica che avesse anche un piccolo balcone e una stanzetta comunicante adibita a bagno.

Guardò con aria sconsolata la libreria vuota e scosse la testa, mentre posava i bagagli di Gilraen sulla poltroncina sistemata di fronte al camino.

"Ti porterò qualcuno dei miei libri più tardi" disse avvicinandosi a lei per abbracciarla, "E una coperta, delle candele e.. non so. Hai bisogno di qualcosa in particolare?"

“L'unica cosa di cui ho bisogno sei tu…” mormorò lei contro le sue labbra, prima di catturarle in un lungo bacio.

“E…Faramir, ti prego…non insistere con tuo padre per la stanza, non importa, davvero, non voglio che ti tratti ancora peggio a causa mia…” gli disse, posando gli occhi nei suoi in una silenziosa preghiera.

Dopo un attimo di esitazione lui sospirò, e annuì debolmente in segno di resa.

"Va bene. Te lo prometto.." mormorò, "Vuoi che ti mostri la casa? Vuoi fare un bagno?"

“Mi piacerebbe fare un bagno, se non è un problema. E poi se tuo padre non ha niente da obiettare possiamo fare un giro per la casa…” sorrise lei, posandogli un sonoro bacio sulla fronte.

“Te l'ho mai detto che sei dolcissimo?”

"E io te l'ho mai detto che non riesco più a fare a meno di te?"

Poco più tardi, dopo averle mostrato gran parte del palazzo, Faramir la accompagnò nel salone dove le cameriere stavano aspettando i padroni di casa e i loro ospiti per servire la cena. Denethor non era ancora arrivato mentre Beregond aveva già preso posto a tavola, e sorrise loro quando li vide entrare.

"Credo di essere arrivato in anticipo" disse allegramente, "Ma ho una fame da lupi e non volevo rischiare di perdere la cena."

Faramir ridacchiò a quelle parole, e fece sedere Gilraen accanto al soldato per poi prendere il suo posto accanto alla sedia vuota del fratello. Quando Denethor fece il suo ingresso nella stanza il ragazzo si alzò in piedi come gli era stato insegnato, a testa bassa, e attese che il genitore si fosse sistemato all'estremità del lungo tavolo prima di sedersi di nuovo.

A quella scena, Gilraen scosse la testa.

Il comportamento del vecchio sovrintendente era freddo e distaccato, e l'atteggiamento servile che pretendeva da suo figlio non lo toccava minimamente, come se gli fosse semplicemente dovuto.

Lei si rifiutò di abbassare lo sguardo quando Denethor le lanciò una lunga occhiata che non prometteva niente di buono.

Sapeva di non piacergli, ma la cosa non la interessava.

Le cameriere avevano cominciato a servire la cena dopo aver atteso un cenno del sovrintendente, ma Gil quasi non ci fece caso.

Lo sguardo dell'uomo era fisso su di lei.

Quando iniziarono a mangiare Denethor distolse lo sguardo, concentrandosi sulla sua cena, e per lunghi minuti nessuno parlò. Faramir non sembrava avere un gran appetito quella sera, e non mangiò che qualche boccone.

"Ti occuperai degli altri soldati in vista della battaglia, Beregond." annunciò il Sovrintendente quando ebbe terminato il suo pasto rivolgendosi all'uomo, che si limitò ad annuire anche se non sembrava affatto felice dell'incarico che gli era stato appena assegnato.

"Posso farlo io.." mormorò Faramir, arrischiando una timida occhiata al genitore.

" Potresti farlo tu" replicò seccamente l'altro, ".. se solo avessi la metà delle capacità di tuo fratello. Così ho deciso."

"Datemi almeno una possibilità.."

"Darti una possibilità?" sibilò Denethor lanciandogli un'occhiata, per poi posare il suo calice sul tavolo con tanta violenza che il ragazzo sussultò.

"E' dal giorno in cui sei venuto al mondo che non faccio altro, e credo di aver già collezionato abbastanza delusioni. Rinchiuditi pure nella tua biblioteca e ignora i problemi del regno come hai sempre fatto, non potrò che esserne felice se deciderai di esimermi dal sopportare la tua vista."

Detto questo si alzò e uscì dalla stanza dopo un'ultima occhiata sprezzante a Faramir, che era rimasto al suo posto a testa bassa senza dire una parola, e stava lottando disperatamente per trattenere le lacrime.

Le due cameriere scuoterono la testa a quella vista.

Era una scena che avevano già visto numerose volte, e decisero di ritirarsi, per non mettere ancora più in imbarazzo il povero ragazzo.

Gil era rimasta imbambolata per un attimo.

Si era costretta a rimanere in silenzio, quando avrebbe desiderato scuotere quel vecchio e prenderlo a pugni finchè non gli fosse passata la voglia di trattar male suo figlio.

Sospirando profondamente, si avvicinò a Faramir, e senza una parola lo tirò a sé, facendogli appoggiare la testa contro di lei, e cingendolo in un caldo abbraccio, mentre gli carezzava i capelli.

Lui non riuscì a dire niente, ma si limitò a stringere Gilraen con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. In fondo al cuore sapeva bene che non sarebbe mai riuscito ad abituarsi al modo in cui lo trattava suo padre, non si sarebbe mai abituato alle parole dure, di scherno, né tantomeno alle occhiate gelide.

Qualche momento dopo anche un affranto Beregond gli si avvicinò. Si sentiva quasi in colpa perché Denethor aveva deciso di affidare a lui quell'incarico, quando sapeva bene che nessuno avrebbe saputo svolgerlo meglio del suo ragazzo. Si inginocchiò davanti a lui e Gilraen per poterlo guardare negli occhi, e sospirò profondamente prima di parlare: "Faramir" gli disse dolcemente, "Lasciagli credere che sarò io ad occuparmene. So di non esserne all'altezza e so anche che nessuno al mondo merita questo compito più di quanto lo meriti tu."

"Perché, Beregond?" mormorò Faramir con un filo di voce, "Perché mi detesta fino a questo punto?"

"Perché.. gli ricordi troppo tua madre, credo" rispose tristemente l'uomo, "Ti somigliava molto. E non arriva a capire che tu non hai alcuna colpa per questo."

Gil si limitò a osservare lo scambio tra i due.

Faramir annuì debolmente, e quando il soldato li lasciò soli, lei guidò il suo amato verso la sua piccola stanza.

Chiuse la porta a chiave, e accese il fuoco, prima di stringerlo di nuovo, carezzandogli la schiena e i capelli.

“Sfogati…lascia uscire questo dolore, tenerlo dentro ti farà solo più male” gli mormorò all'orecchio, baciandoglielo dolcemente.

Prima ancora che Gilraen avesse finito la frase Faramir stava già singhiozzando, e le lacrime scendevano copiose. Si strinse forte a lei, e il dolore causato dal comportamento del padre lasciò presto spazio ai sensi di colpa per averla coinvolta in quella situazione.

"Mi dispiace" mormorò fra i singhiozzi, "Mi dispiace Gilraen, ti amo tanto.."

Quelle parole la commossero, e lo strinse ancora di più.

Era la prima volta che glielo diceva.

E dovette ammettere finalmente a sé stessa che anche lei si era innamorata.
”Ti amo anch'io Faramir… e non devi scusarti…sono contenta di essere qui con te. Vorrei essere in grado di rendere la tua vita meno dolorosa, ma non so come…” mormorò, sopraffatta dall'emozione.

"Rimani con me.." sussurrò lui, ritraendosi per guardarla. Aveva gli occhi arrossati e le guance ancora bagnate di lacrime, ma non se ne preoccupò affatto.

"Non ti domando altro.. solo di rimanere al mio fianco."

Sorridendo, Gil annuì, prima di baciare via le lacrime dal suo viso.

“Sono contenta di essere venuta…altrimenti non ci saremmo più visti e non mi sarei perdonata di essermi lasciata sfuggire il primo uomo del quale mi sia mai innamorata davvero…” mormorò lei contro le sue labbra, prima di catturarle in un lungo e dolcissimo bacio.

Faramir le prese il viso fra le mani e collaborò con tutto l'amore di cui era capace finché si ritrasse, temendo che se l'avesse baciata anche soltanto per un altro secondo non sarebbe riuscito a controllarsi oltre. Quasi si spaventò per l'intensità delle sensazioni che solo il semplice fatto di averla vicina riusciva a scatenare in lui ogni volta. Amore, devozione, tenerezza, desiderio e passione, si ritrovò a combattere con tutti questi sentimenti per un semplice bacio.

La guardò negli occhi, portando una mano al suo viso per sfiorarle lentamente una guancia.

"Forse è meglio se andiamo a dormire" sussurrò, "Sarai stanca anche tu per il viaggio."

Prendendolo come un rifiuto, Gil abbassò lo sguardo per un attimo, prima di sorridergli di nuovo.

“Si, forse è meglio…”

Dopo avergli baciato la punta del naso, si allontanò, fingendosi occupatissima nel rattizzare il fuoco.

“Non angosciarti per tuo padre, e promettimi che dormirai, invece di pensare alla discussione che avete avuto…”

"Ne abbiamo avute di peggiori" rispose lui facendo il possibile per mostrarsi indifferente all'argomento, con tanto di scrollata di spalle, prima di raggiungerla e inginocchiarsi accanto a lei.

"Hai frainteso." disse dolcemente, "Non l'ho detto perché non voglio stare con te, ma il contrario.. lo voglio forse troppo, in questo momento."

“Vai a dormire, Faramir… ne hai bisogno” mormorò lei con un sorriso, baciandogli dolcemente le labbra, ed evitando il discorso.

Dopo averlo guardato di nuovo negli occhi, si alzò e cominciò a tirare fuori le sue cose dallo zaino, ripiegando con cura i pantaloni e le tuniche, e riponendoli nell'armadio.

Quando trovò la spazzola, cominciò a pettinare i lunghi capelli neri, dirigendosi verso il piccolo balcone.

Lui rimase ad osservarla per qualche momento prima di avviarsi alla porta, e anche sulla soglia non riuscì ad impedirsi di voltarsi a guardarla.

"Buonanotte.. passo a chiamarti domani mattina per la colazione."

“Buonanotte…” gli sorrise lei, prima di riporre la spazzola.

Quando fu sola, Gil non riuscì ad addormentarsi subito.

Ripensò agli eventi della giornata, e si chiese come avesse fatto Faramir a sopportare Denethor per tutto quel tempo.

 

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