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La raminga di Ithilien
Capitolo
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Capitolo 2 --
Capitolo 3 --
Capitolo 4 --
Capitolo 5
8 luglio, anno 3018 Emyn Arnen, Ithilien.
Ho appreso da un messaggio consegnatomi quest'oggi che gli attacchi su Osgiliath sembrano essere cessati del tutto. E questa notizia, invece di rassicurarmi come sarebbe lecito aspettarsi, mi ha portato soltanto ulteriore ansia. So che attaccheranno nuovamente da Minas Morgul e so che lo faranno presto, troppo presto, con una furia anche maggiore di quella che nel corso degli ultimi mesi ha portato la città sull'orlo della rovina. Le perdite sono state pesanti, soltanto quattro dei nostri uomini hanno fatto ritorno a Minas Tirith, e ancora ringrazio i Valar poiché il mio adorato fratello era fra questi. Si è fermato a casa solo per qualche giorno prima di ripartire; diretto a Imladris questa volta, la città elfica della quale nessuno sembra conoscere l'esatta ubicazione, anche se in molti ne parlano e numerose leggende vi fanno riferimento. Spero con tutto il cuore che la sua ricerca non sia vana. E soprattutto spero con tutto il cuore che faccia ritorno a casa sano e salvo. Sarei partito volentieri io stesso, se non avesse tanto insistito dicendo che si tratta di un viaggio troppo pericoloso, riuscendo a convincere anche nostro padre che all'inizio era restìo almeno quanto me a lasciarlo partire. Caro Boromir. Caro fratello mio, spero di poterti riabbracciare presto. Lo stesso sogno ci ha tormentati a lungo, come già accaduto molte volte in passato, ed ha turbato profondamente entrambi: in quel sogno un'ombra nera e minacciosa pareva coprire il blu del cielo, espandendosi da oriente fino ad immergere in una tetra oscurità tutte le terre. Solo ad occidente resisteva una pallida luce, un piccolo barlume di speranza, mentre i lampi squarciavano un firmamento senza stelle e i tuoni li seguivano rombando. A quel punto una voce riecheggiava in lontananza, ripetendo sempre gli stessi versi, lo stesso oscuro presagio: cerca la spada che fu rotta, a Imladris la troverai; i consigli della gente dotta più forti di Morgul avrai. Lì un segno verrà mostrato, indice che il Giudizio è vicino, il Flagello d'Isildur s'è svegliato, e il Mezzuomo è in cammino. "Capitano Faramir" La voce di un ben trafelato Dagar lo riportò bruscamente alla realtà. Alzò lo sguardo dal diario che teneva in grembo per poi volgere la sua attenzione al ramingo, facendogli cenno di parlare. "Gli uomini che avete mandato in perlustrazione questa mattina sono stati attaccati" disse, "Erano sulla via del ritorno quando sono stati sorpresi da un'imboscata, e pare che non si trovino molto distanti da qui." Prima ancora che il giovane avesse finito di parlare Faramir si era già alzato in piedi, riponendo frettolosamente i suoi averi nello zaino. "In che direzione?" domandò mentre si dirigevano a passo spedito verso il gruppetto di uomini riuniti sull'altro lato dell'accampamento. "A nord, signore." "Bene" annuì Faramir, "Raduna gli altri e prendi il comando del gruppo. Noi andremo avanti, non possiamo permetterci di indugiare." "Sarà fatto." Gilraen stava galoppando in direzione dell'Ithilien col suo fido destriero Hartha. Percepiva chiaramente un imminente pericolo, e quando sentì rumori di battaglia, spronò il suo cavallo a correre ancora di più. Erano evidentemente uomini di Gondor, che combattevano contro un gruppo di orchetti particolarmente agguerriti. Sospirando profondamente, decise di aiutarli. Cominciò a tirare una serie di frecce, abbattendo alcuni nemici, quando il suo sguardo si soffermò su quello che doveva essere il capitano dell'esercito degli umani. I suoi occhi di un blu profondo la stavano fissando con curiosità, e lei gli sorrise. Il contatto tra i due venne interrotto quando Gil lanciò una freccia a un orchetto che stava per attaccare alle spalle il capitano, e poi, smontata da cavallo, sguainò la sua lunga spada e si gettò nella mischia. Ritrovandosi ormai a corto di frecce anche Mablung aveva estratto la spada, e sembrava piuttosto incuriosito dalla nuova arrivata. Fra un orchetto e l'altro fece in modo di avvicinarsi a lei, finché si ritrovò a combattere al suo fianco. Le lanciò un'occhiata divertita, e dimostrò per l'ennesima volta la sua presenza di spirito quando parlò: "Senza dubbio il nostro capitano ha sempre avuto buon gusto, ma prima di adesso non aveva mai arruolato soldati tanto affascinanti" disse senza distrarsi affatto dalla battaglia, continuando ad abbattere tutti gli orchetti che gli capitavano a tiro. "Posso avere l'onore di conoscere il vostro nome?" Lei gli lanciò un'occhiata divertita, continuando poi a combattere. “Non faccio parte del vostro esercito. Sono una raminga, il mio nome è Gilraen” "Anche alcuni di noi lo sono" rispose lui sorridendo, "Ditemi.. da dove venite?" Damrod non si era affatto perso la scena, e visto che il numero di orchetti era ormai calato sensibilmente aveva pensato bene di avvicinarsi ai due. Prima che la ragazza potesse rispondere si intromise ridacchiando: "Non fate caso a lui.. è sua abitudine importunare tutte le gentili fanciulle che gli capitano a tiro." Ridacchiando tra sé e sé, Gilraen guardò il nuovo venuto, prima di rispondere. “Non sono certo una gentile fanciulla! Quindi c'è poco da importunare” Riportando la sua attenzione sull'altro uomo, gli disse:”Vengo da Lothlorien. Ho molti buoni amici là” Si rese conto che non doveva sembrare una cosa molto normale, dato che agli umani non era permesso accedere a Lorien, ma quello che gli altri non sapevano era che lei era una mezz'elfo, e che conosceva molto bene i Signori di quelle terre. Sorridendo all'espressione confusa dei due uomini, lei riportò l'attenzione sugli orchetti, affettandone più che poteva. I pochi nemici ancora in vita preferirono fuggire, e così Gilraen si guardò attorno, per vedere se ci fosse bisogno delle sue erbe per qualche ferito particolarmente grave. Dopo aver tirato un gran sospiro di sollievo i due giovani riposero le spade, e Damrod lanciò un'ultima occhiata a Gilraen prima di avvicinarsi a Faramir e mormorargli qualcosa indicandola con un cenno della testa. Il ragazzo lo ascoltò con attenzione, per poi annuire e congedarlo con un sorriso; quindi rimise l'arco in spalla, e dopo aver esitato un momento le si avvicinò con aria cordiale. "Grazie infinite per l'aiuto" disse, "Vi sono debitore." “Non c'è bisogno di ringraziarmi” rispose lei, sorridendogli. “Potrei darvi una mano coi feriti, se ne avete bisogno…” "Magari" annuì lui sorridendo, "Ma temo di non potervi offrire più di un pasto caldo e un alloggio per la notte in cambio. Se lo vorrete." “Accetto!” sorrise lei. “Non ho grandi pretese, del resto. Un pasto caldo e un alloggio andranno più che bene…” "Allora siamo d'accordo. Il mio nome è Faramir." disse lui, "E il vostro Gilraen, mi hanno detto." Nel frattempo i due si erano avvicinati ad uno dei feriti, e Faramir si era inginocchiato per frugare brevemente nel suo zaino alla ricerca del necessario per medicarlo. Gil cominciò a pestare alcune erbe fino a che non diventarono una poltiglia omogenea, mentre Faramir puliva la ferita alla gamba del soldato. Quando lui ebbe finito, la ragazza applicò l'impacco di erbe e lo fasciò strettamente. “Qui abbiamo finito, quest'impacco è veramente miracoloso, credo che tra un paio di giorni potrà correre di nuovo” disse lei, alzandosi e guardando in direzione di Faramir, prima di avvicinarsi a un altro ferito e concentrarsi su di lui. Fecero ritorno all'accampamento alcune ore dopo, e come d'abitudine si divisero i vari compiti: alcuni si occupavano di sistemare i feriti nelle tende, altri pensavano a preparare il falò e altri ancora si premuravano di preparare cibo a sufficienza per tutti. Faramir era seduto un pò in disparte su una grossa roccia, e scriveva un messaggio per il padre interrompendosi di tanto in tanto per ammirare il tramonto e godersi la brezza leggera fra i capelli e sulle guance accaldate dal sole e dalla lunga marcia. Gilraen si guardò intorno per un po'. Aveva aiutato gli altri a sistemare i feriti e chiesto agli altri se serviva aiuto. I soldati sembravano quasi imbarazzati dalla sua presenza e l'avevano ringraziata dicendo che potevano fare da soli. Notando Faramir che sedeva da solo, la ragazza gli si avvicinò sorridendo e sedette su un masso accanto a lui. Si accorse solo in quel momento che il paesaggio da quel punto era bellissimo, e rimase assorta a guardarlo senza parlare, non volendo disturbare l'uomo che era intento a scrivere. Quando Faramir ebbe finito di scrivere consegnò la missiva a uno dei suoi uomini, e guardò Gilraen sorridendo prima di avvicinarsi a lei. "Dove sei diretta?" domandò mentre si sistemava a sedere, "E' piuttosto inusuale incontrare una donna che viaggia da sola. Soprattutto adesso." “Da nessuna parte, in realtà…non ho una famiglia che mi aspetta, anche se un giorno mi piacerebbe tornare a Dol Amroth, dove sono nata. Ricordo molto poco di quei luoghi…” rispose lei, perdendosi per un attimo nei suoi pensieri. “So bene che non è saggio viaggiare da sola, ma so difendermi…e credo che i tuoi uomini se ne siano accorti!” ridacchiò lei prima di continuare:”Ma dovresti dirgli di non distrarsi così facilmente, o altrimenti il nemico se ne approfitterebbe!” Quando entrambi ebbero smesso di ridacchiare, lei gli sorrise, e chiese:”Tu, piuttosto… hai una famiglia che ti aspetta?” "Ho un padre che attende il mio ritorno a Minas Tirith" rispose Faramir scrutando l'orizzonte con aria pensosa, "E un fratello, anche lui lontano da casa. Si è messo in viaggio solo qualche settimana fa, e in realtà sono piuttosto in ansia per lui." proseguì, per poi voltarsi a guardarla con una strana espressione assorta nei profondi occhi blu. "Ma dimmi ti prego.. sei nata a Dol Amroth e.. hai visitato quei luoghi? Li ricordi?" “Si, ho vissuto lì fino a quando avevo circa quattordici anni. Poi i miei genitori sono morti e non avevo fratelli o sorelle. Per questo decisi di partire…” mormorò lei, ricordando quei momenti difficili. “Ricordo l'oceano…il profumo del sale nell'aria e quelle fredde acque blu…era bellissimo potervi nuotare…e ricordo i boschi...c'era una piccola costruzione dalla quale si poteva scrutare il mare. Quand'ero piccola andavo sempre a rifugiarmi lì, ad ascoltare il rumore delle onde che s'infrangevano sugli scogli sottostanti, a guardare le stelle. Quando il sole tramontava l'acqua sembrava diventare rossa, era uno spettacolo incredibile…” Rendendosi conto di aver parlato troppo, si scusò velocemente. “Mi dispiace, quando comincio a parlare di quei luoghi… mi piacerebbe tornarci un giorno…” Lui aveva seguito il suo racconto senza perdersi neanche una parola, e quando la ragazza ebbe finito distolse in fretta lo sguardo per cercare di nascondere in qualche modo l'emozione che lo aveva sopraffatto. "Non devi scusarti" mormorò, "Piacerebbe molto anche a me visitare quelle terre un giorno. Io e mio fratello ci siamo ripromessi di andarci insieme, quando questo incubo sarà finito.." “Beh, chissà, magari ci andremo insieme, oppure ci troveremo là!” propose lei con entusiasmo. Ma non le era sfuggita l'aria strana che aveva assunto il ragazzo quando lei parlava, così, sperando di non urtare la sua sensibilità, gli chiese:”Come mai t'interessano tanto quei luoghi?” "Mia madre era originaria di Dol Amroth" rispose lui voltandosi a guardarla, "Non ero che un bambino quando è morta, e non ho mai avuto la possibilità di visitare quelle terre. Ma ci andrò, prima o poi.." concluse con un sorriso, e in quel momento Mablung annunciò che era pronta la cena, premurandosi di consegnare due piatti colmi di cibo al capitano e alla loro ospite. Mentre mangiavano, Gil lanciò più di una volta un'occhiata incuriosita a Faramir. “Ti capisco…è lo stesso motivo per il quale voglio tornare a Dol Amroth. I miei nonni materni erano di Lothlorien, e vado spesso a trovare Dama Galadriel, il suo è un regno fantastico ma…voglio tornare a casa…” "Lothlorien!" esclamò lui sorridendo, "Ecco un altro luogo che ho sempre desiderato visitare.. i miei libri sono pieni di leggende incredibili riguardo quei boschi. Dev'essere bellissimo lì..." disse guardandola negli occhi, per poi concentrarsi nuovamente sulla sua cena con un mezzo sorriso sulle labbra. “Un giorno ti ci accompagnerò. Gli umani non sono bene accetti in quelle terre, però loro mi conoscono bene, e sanno che non porterei mai con me qualcuno che possa causare problemi al Bosco d'Oro” sorrise lei. Le piaceva lo spirito di quel ragazzo. Era chiaro il fatto che aveva un'acuta intelligenza e grande sensibilità. Inoltre adorava viaggiare, e lei sapeva benissimo che sarebbe stata capace di parlare per ore dei suoi lunghi viaggi. “Lo sapevi che ci sono alberi altissimi, i Mallorn, e che gli elfi hanno costruito delle piattaforme in legno sui tronchi, in modo da non essere visti dal basso? Vivono lassù, in mezzo alle fronde, il cielo di notte è fantastico, non ho mai visto tante stelle…” Rendendosi ancora una volta conto che aveva parlato troppo, Gil si affrettò a distogliere lo sguardo, fingendo di concentrarsi sulla cena. "Fra tutte le persone che conosco sei l'unica che abbia mai visitato il Bosco d'Oro.. dimmi, ti prego.." mormorò lui, troppo interessato a quei racconti per curarsi del cibo nel suo piatto, che abbandonò sulla roccia per poi sistemarsi di fronte a Gilraen e guardarla con un'espressione a metà fra l'implorante e l'incuriosito negli occhi blu, il sorriso sulle labbra. La sera passò velocemente. Gilraen aveva raccontato a Faramir tutto ciò che sapeva su Lothlorien e Dol Amroth, sui suoi amici, sui Galadhrim e sul loro valoroso capitano Haldir. Ormai chiacchieravano e ridacchiavano come se fossero vecchi amici, ed entrambi si guardavano negli occhi di tanto in tanto, sorridendosi. “Credo sia ora di andare a letto, non trovi?” disse lei ad un certo punto, notando che tutti gli altri erano già nelle tende. Guardandosi attorno si rese conto di non sapere nemmeno dove avrebbe dovuto dormire, e si rivolse a Faramir con un'occhiata interrogativa. “Dove credi che possa sistemarmi?” "Con me" rispose lui, salvo poi aggiungere in fretta: "Cioè.. nella mia tenda. Di solito la divido con Beregond, ma dal momento che molti dei mie uomini non.. beh.. non vedono una donna da mesi ho preferito saperti al sicuro. Spero che non sia un problema" disse in tono gentile, "E ti assicuro che puoi fidarti di me." Guardandolo intensamente negli occhi per qualche momento, Gilraen sembrò riflettere su quella situazione. Di solito riusciva a capire subito quando una persona aveva cattive intenzioni, ma non era il caso di Faramir. “D'accordo, ti ringrazio ancora per la tua ospitalità” gli sorrise. “Vorresti guidarmi alla nostra tenda?” chiese, porgendogli il braccio. "Con piacere!" Una volta arrivati Faramir entrò per primo, e accese una piccola lampada ad olio prima di farle cenno di entrare a sua volta. Non volendo metterla in imbarazzo tolse soltanto il mantello e gli stivali, e fece il possibile per non voltarsi a guardarla mentre si sistemava sotto le coperte. Dopo essere rimasta soltanto con una leggera tunica e i pantaloni, Gilraen s'infilò sotto le coperte. “Buonanotte Faramir…” mormorò. “Sono contenta di averti conosciuto..” Imbarazzata da quell'ammissione, la ragazza si girò dall'altro lato, chiudendo gli occhi. Sopraffatta dalla stanchezza, si addormentò solo pochi minuti dopo. Lui rimase immobile per un pò, mentre ripensava agli avvenimenti della giornata come era solito fare prima di addormentarsi. E come sempre era esausto, ma quella notte talmente tanti pensieri gli affollavano la mente che il sonno sembrava rifiutarsi di arrivare, e dopo diversi minuti era ancora più sveglio che mai. Lanciò uno sguardo alla ragazza, la studiò per alcuni secondi, sorrise fra sé e sé. Anche lui era felice di averla conosciuta. Aveva ascoltato con piacere i suoi racconti sul Bosco d'Oro e sul regno di sua madre, avevano riso insieme e più di una volta si era perso nel più bel paio di occhi che avesse mai visto. In preda ad una improvvisa ispirazione si tirò su a sedere, per poi frugare brevemente nel suo zaino ed estrarne il suo prezioso diario. Scorse le pagine con aria pensosa, rileggendo qua e là, finché incontrò una pagina bianca e con un mezzo sorriso sulle labbra cercò di concentrarsi e ricordare ogni più piccolo dettaglio di quegli occhi bellissimi. Non poteva certo svegliarla e dovette fare affidamento soltanto sulla sua memoria, ma quando ebbe finito fu piuttosto soddisfatto del risultato finale. Osservò per qualche momento i suoi occhi che lo fissavano dalla carta e decise che quanto a bellezza non potevano competere con quelli di Gilraen, ma se non altro quel disegno gli avrebbe sempre ricordato quella ragazza così diversa da tutte le altre che aveva conosciuto in vita sua. Gli avrebbe sempre ricordato i suoi occhi. Aggiunse una piccola nota sotto al disegno, come faceva spesso. Era sua abitudine fissare su carta le sue impressioni, sensazioni o soltanto stati d'animo, e scrisse le prime cose che gli vennero in mente pensando ai suoi occhi. Per ricordarle se mai le loro strade si fossero separate. Brillanti di stelle, profondi oceani. Annuì solennemente, reputando concluso il suo lavoro, e si stese su un fianco per osservarla. Gli stava dando la schiena, e non potendo studiare il suo viso Faramir indugiò a lungo sui lunghi capelli neri sparsi sul cuscino, sulla curva perfetta dei suoi fianchi, sul suo respiro lento e regolare. Quasi senza rendersene conto iniziò a tracciare sul diario ciò che vedeva, fissando sul foglio tutta la perfezione di quella figura addormentata. E anche lui si addormentò poco dopo, sfinito da quella che era stata una giornata decisamente lunga.
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